Settembre

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Settembre

di Gabriele Soldi

 

Da ieri notte non sono più lo stesso: ho fatto una vera esperienza notturna al cinema Mexico.

Lavoro a Milano ormai da due anni, sempre molto concentrato sul lavoro, tanto che ho poche occasioni di evasione dal tran tran quotidiano. Il lavoro mi piace ma occupa troppo il mio tempo: sempre a saltare da un ufficio all’altro, poche chiacchiere e tanta tensione. Mi concedo un po’ d’evasione la sera: sono un gran frequentatore di cinema d’essai, mi rilasso al buio e seguo film d’annata oppure di bassa distribuzione. Confesso di essere piuttosto chiuso e riservato, ed in questi due anni non mi sono fatto tanti amici: Carlo è forse uno dei pochi che posso riconoscere come amico, lui lavora all’amministrazione, un ragazzone gioviale dalla faccia simpatica.

All’inizio di questa settimana dopo i saluti mattutini mi prende a braccetto e mi domanda:

-Ma tu che frequenti tanto i cinema d’essai ci sei mai stato al Mexico il venerdì sera?-

-No, non ci sono mai stato perché? – rispondo piuttosto incuriosito.

–Sai, il venerdì proiettano The Rocky Horror Picture Show dal 1981, e c’è una gran riunion a cui tutti partecipano vestiti come i personaggi, c’è stato per diverso tempo Bisio, sai l’attore di Milano, travestito da Brad il giovane fidanzatino imbranato, dai, andiamoci venerdì prossimo, sempre se non hai impegni.-

La proposta era allettante ed ho accettato con decisione.

La sera dell’incontro è arrivato a prendermi con la sua piccolissima Smart e siamo andati al Giambellino, il quartiere del cinema; lui era tutto su di giri perché stava per portarmi in un luogo cult di Milano. Il cinema è una sala di periferia, entrata stile anni ’70: già all’interno c’era tanto movimento, persone vestite come i personaggi del film si aggiravano nel foyer.

Dopo aver fatto il biglietto ci avvicina una ragazza truccatissima e ci dice che dobbiamo almeno metterci un cappellino per la festa e ce ne dà un paio di carta; mi sentivo veramente un po’ imbarazzato con quel coso di carta a punta sul capo, ma eravamo in ballo e dovevamo ballare. Dentro la sala c’era di tutto, dal signore quarantacinquenne che tornava a vedere il film, al padre che portava i figli a vivere una nuova esperienza, ma non mancava il gruppetto di quindicenni che erano forse i più scalmanati. Tanta gente era presente alla festa, chi travestito da personaggio e chi come noi soltanto con il cappellino in testa. Si scorgeva il maggiordomo Rif-Raf e la cameriera Magenta ma anche Columbia ed Eddie, insomma diversi personaggi, il cui motto era sempre “Don’t dream it, Be it!” Non sognatelo, siatelo!

Inizia la proiezione del film ed inizia la bolgia, le battute vengono anticipate dagli spettatori con cori e battimani, le canzoni cantate tutti insieme. La parte che mi è piaciuta di più è stato quando tutti hanno cantato e ballato “The Time Warp”, il ballo che il criminologo spiega al pubblico. Per chi non conosce il film oppure non ha visto il musical è difficile capire cosa si può provare a vedere una massa di persone travestite che ballano e cantano tutti insieme, ma forse è questo il bello della serata. Finito lo spettacolo fra risate e battute, siamo tornati al suono solitario delle suole delle nostre scarpe che lentamente ci accompagnava all’auto. Abbiamo commentato la serata, piacevole caos in cui ti puoi scatenare e divertire, e siamo ritornati a casa, ed io ho ringraziato Carlo per l’esperienza.

Stamani mi sono alzato, ho fatto la doccia e ripenso al cinema di ieri sera. Che strana serata ho vissuto… Io, che sono un tipo compassato e chiuso in me stesso, ho subìto la scena da spettatore più che immergermi nelle azioni, mi sono divertito ma al tempo stesso ne sono rimasto così distaccato da non essere stato coinvolto. Oggi è sabato, ho tutta la giornata libera, devo mettere a posto casa e poi me ne vado a fare una passeggiata al parco in centro, tanto per muovermi un po’, se no me ne sto sempre dentro casa a rimuginare. Ho sentito i miei genitori, va tutto bene; sento che mi vorrebbero a casa più spesso perché gli manco ma non mi voglio mettere in viaggio per tornare in luoghi che oramai sento distanti.

Scendo le scale in marmo, sono tre piani senza ascensore, ad ogni piano due appartamenti, ad ogni piano un mondo diverso. Ai piani alti i più giovani: accanto a me tre studenti universitari che dividono l’appartamento, casinisti ma almeno uno di loro fa il responsabile verso il condominio. Poi via via che si scende ci sono le famiglie ed i pensionati; al secondo piano il professor Ronchi che tiene sempre ad alto volume lo stereo con le sue opere di melodramma, mentre mi avvicino sento che ascolta un’aria a me familiare ma di cui ignoro il nome, la mia ignoranza in fatto di musica è quasi infinita. E’ un signore burbero, sempre in vestaglia, non insegna più ma fa ripetizioni di latino e greco agli studenti ed ha la casa piena di libri. Accanto a lui un appartamento sempre vuoto, sembra che i nipoti che hanno ereditato la casa non si trovino in accordo e quindi lascino andare in malora tutto. So che ci sono dei problemi per le manutenzioni con i proprietari degli appartamenti. A pian terreno la famiglia Galli che non vedo mai se non di sfuggita, sempre indaffarati, mi domando del resto chi non è di corsa a Milano. Per ultima la signora Franca, una pensionata che sorveglia la casa. Puoi star tranquillo che mentre scendi trovi la sua porta accostata e lei ne esce tutta timorosa perché aspetta qualcuno, oppure va a gettare la spazzatura, oppure chiama la sua gatta e …

-Buongiorno signora Franca.- Lei è lì sulla soglia, tutta impettita con i suoi occhiali anni sessanta che mi osserva scendere le scale –Buongiorno, dove va di bello signor Giulio oggi?- – Vado a camminare un po’ al castello tanto per muovermi, oggi è una bella giornata- -Fa bene, avessi anche io trent’anni… me ne andrei a spasso, è davvero una bella giornata, si è rimesso il tempo dalla settimana scorsa, ha piovuto tutta la settimana, speriamo duri adesso qualche giorno.- -Sembra di sì, dovrebbe essere bello fino a mercoledì, arrivederci signora Franca.-

La lascio a sorvegliare gli ingressi ed apro il grande portone di legno.

Fuori mi accoglie un fresco settembrino con un bel solicello molto gradevole. Il viale alberato è veramente bello, ha due grandi strade laterali con i parcheggi per le auto ed al centro fra due file di alberi la linea del tram alla cui fermata mi sto dirigendo. Alla fermata non c’è nessuno, oggi non ci sono molte persone in giro. In lontananza vedo avvicinarsi la mia vettura: con una punta di piccola soddisfazione noto che è il tram che stavo aspettando e per giunta il tipo di vettura storica che piace a me.

Le chiamano 28, sono vetture vecchie tutte di ferro e legno ma che girano sempre ed ogni tanto capita di poterle prendere, specie quando le tratte non sono molto affollate, niente a che vedere con i jumbotram di alluminio e plastica che sono enormi, lunghi e tutti snodati. Sono vetture che risalgono al 1929, per l’epoca erano modernissime e sono tutt’ora in circolazione, quando sali sulla vettura sembra di fare un viaggio nel tempo, ci sono solo panche in legno lucido disposte nel senso longitudinale sotto i finestrini e (stranamente) c’è un effetto di spazio che i sedili trasversali di solito tolgono. E’ anche un simbolo del tram a Milano, forse perché è il tipo di vettura più vecchia in circolazione, è stata usata in tanti modi diversi e venduta ai privati per poterci allestire bar oppure come carrozze promozionali, spedita nel mondo come elemento di rappresentanza, da San Francisco, dove circola tuttora, a Francoforte.

A vederla avvicinare tutta sferragliante fa quasi pena, penso a quante volte è stata ricostruita nel tempo per mantenerla sempre in servizio. E’ proprio la linea che devo prendere, la numero 4 che mi porterà in centro. Alzo la mano per prenotare la fermata e il tram si ferma con uno stridore di freni e con il soffio delle porte pneumatiche a soffietto che si aprono. Mi accoglie un autista di tram gioviale dalla faccia rotonda che dà anche il buongiorno: è una bella giornata, penso. Oblitero il biglietto elettronico e mi dirigo verso il centro della vettura.

Il tram riparte con una scampanellata ed un movimento brusco che mi obbliga ad appendermi al maniglione. Il rumore del motore aumenta e la vettura accelera. I palazzi sfilano dai finestrini e ci si avvicina a strade sempre più strette ed affollate. Anche la vettura inizia a riempirsi, adesso siamo proprio in mezzo al traffico, ed è a questo punto che succede.

Il mezzo si è fermato ad un semaforo, siamo in una piccola via centrale. Sul marciapiede accanto una ragazza è ferma ad osservare una vetrina, i capelli …… tirati su ricadono con piccoli riccioli dietro le orecchie e sul collo. Piccoli fili che si dipanano e che la rendono semplicemente attraente. Quella è una parte segreta della donna, una zona che lei non può vedere ed al tempo stesso è esposta sensualmente alla visione di tutti. Sono confuso ed arrossito ed in un momento simile ricordo Maupassant: guardando con insistenza una nuca la signora si accorgerà dello sguardo e ricambierà in una sorta di scambio sensuale di occhiate. E’ quello che spero anche io nel guardare il collo della sconosciuta ma è quello che purtroppo non accade.

La visione è un attimo, un attimo lungo un secolo ma pur sempre un attimo: uno scampanellìo e con un gran scossone la vettura riparte ed io guardo la giovane sconosciuta che si allontana da me. Sto perdendo per sempre questa immagine quasi ottocentesca, aggrappato ad un maniglione di un tram mi rendo conto che devo svegliarmi dal torpore e scendere immediatamente. La vettura fila veloce dentro la città, ed io cerco di raggiungere il guidatore del tram dopo aver più volte premuto il pulsante per la prenotazione della fermata. Adesso le persone sono molte e con tanti –permesso, mi scusi- certe volte spintonando per arrivare dal guidatore, riesco con ansia a raggiungere la testa del tram.

-Presto per favore mi faccia scendere- guardo il guidatore con aria supplichevole ma vedo in lui l’impassibilità della persona che non ascolta suppliche –Se lo scordi siamo ripartiti adesso da una fermata.-

-Devo assolutamente scendere la prego!- -Mi dispiace ma non posso sgarrare mi posso fermare soltanto alle fermate.- Intanto la vettura si sta allontanando sempre di più –La prego non può fare un’eccezione?-

-Non si preoccupi che tanto fra poco arriviamo alla prossima, vede è quella in fondo alla via.-

Troppo lontana per me che devo ritrovare assolutamente la ragazza. Ma non c’è niente da fare, il guidatore è irremovibile e non si fermerà mai. Mormoro un mesto grazie e sconsolato ritorno verso l’uscita, quello che alla salita mi era sembrato una gioviale persona si è rilevato un irremovibile autista.

Sono davanti alle porte a soffietto, guardo lontano per vedere se scorgo ancora la ragazza ma è confusa tra la folla. Finalmente il tram si ferma con stridore di freni e si spalanca l’uscita. Mi precipito fuori con un salto e mi metto a correre come un forsennato ma il marciapiede è pieno di persone e non avanzo se non con difficoltà, cosa che mi fa crescere l’ansia di tornare indietro all’incrocio dove la vettura si era fermata.

Sembra passare un’eternità e d’improvviso mi domando cosa potrei dirle e questo fulmineo pensiero mi blocca nei ragionamenti, non importa, non importa intanto la devo ritrovare poi vedremo. Sono sudato e mi sento esplodere dal caldo, mi sto avvicinando a passo svelto, oramai non corro più, impossibile con tanta gente, l’incrocio è tre isolati più avanti e sembra non finire mai questa via.

Alla fine arrivo al semaforo che naturalmente è rosso per i pedoni. E faccio quello che per la mia indole è una grave scorrettezza, dopo aver guardato se arriva qualcuno, passo col rosso, correndo stavolta.

Adesso basta solo trovarla…

Non la vedo più, cerco nei volti delle persone e delle ragazze che passano quello della sconosciuta, tento di ritrovarla camminando davanti alle vetrine dei negozi, e guardo dentro per vedere se non fosse entrata in uno di questi. Adesso ogni ragazza che incrocio potrebbe essere lei, sono quasi disperato, l’ho davvero persa?

 

Ripenso alla nuca che ho visto, rivedo i riccioli delicati e sensuali che ricadono sulla pelle, spero ancora, in un affanno di emozioni e sempre in uno stato di eccitazione, di vederla davanti a me. Mi porto lungo il marciapiede fino al prossimo isolato ma non trovo niente. Non mi arrendo tanto facilmente, ripercorro il tragitto più e più volte nella speranza vana ormai di rivederla. Mi fermo, ho cuore che va a mille, sono tutto sudato e la vetrina davanti a me rimanda un’immagine irriconoscibile della mia faccia.

Dopo qualche minuto riprendo a camminare, stavolta verso il Castello, pensando alla fugace visione della ragazza, chissà se mai la ritroverò in questa grande ed affollata città.

Questa resterà una cosa mia: le emozioni, le impressioni di questa mattina mi accompagneranno per lungo tempo, ne sono sicuro, poi svaniranno come neve al sole.

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