Arancio – 8° episodio – Il labirinto delle fate

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Mentre le pietre del muro si separavano, Silvestro fece in tempo a puntare la bacchetta sulle arance di Dan e pronunciare, strizzandogli l’occhio, la formula che le avrebbe rese proiettili micidiali. Poi salutò agitando la mano, s’infilò nell’apertura e percorse a rapidi passi un sentiero lastricato tra due muri, che sboccava… nella piazza centrale del suo paese natale.

Non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di dov’era che si sentì chiamare allegramente. “Silvestro! Annamo, cumpa’, che ci perdiamo u’ struscio.” e un ragazzotto sui diciassett’anni, con un sorriso malizioso e scintillanti occhi scuri, lo tirò per un braccio.

“Tore… che ci fa.. fai qua?” balbettò il nostro eroe mentre iniziava a riconoscere il luogo dov’era finito. “Ti sei rincitrullito? Qua ci siamo dati appuntamento!” replicò l’altro tirandolo a forza verso la via principale che si andava riempiendo di giovanotti e ragazze impegnati a far finta di chiacchierare tra di loro, mentre si tenevano sott’occhio; i maschi cercavano di imbattersi casualmente nelle ragazze, e queste si scansavano, fingendo di offendersi ai loro complimenti.

“Silvè, talìa, eccola dà chidda chi ti piaci. Puri a so’ cumpagna è bedda assai… E corri, chi ci scappano!” e così dicendo Salvatore spinse avanti un Silvestro sempre più stralunato che mentre correva si vide riflesso in una vetrina e si bloccò. La veste e le scarpe scalcagnate erano sparite: aveva addosso un paio di jeans sbrindellati, una maglietta verde con sopra Einstein che faceva le boccacce, e ai piedi un paio di Nike bianche e blu. Portò automaticamente la mano alla tasca sinistra, ma non fece in tempo a frugare per cercare la bacchetta (che poi come faceva ad entrarci?) perché Tore lo tirò bruscamente verso una coppia di ragazze ferma davanti a una vetrina che esponeva abbigliamento da mare. Silvestro si ricordò che era agosto, agosto del 1997, no?

E mentre con metà testa cercava di capire come fosse finito lì, l’altra metà ed ambedue gli occhi erano incantati dalla ragazza di destra, con i capelli nerissimi che le arrivavano quasi alla vita e gli occhi così azzurri da sembrare pezzetti di cielo – l’aveva scritto anche in quella poesia che non aveva mai avuto il coraggio di darle, a lei, a…Valeria.

Aveva pronunciato il nome a voce alta, e la ragazza si voltò verso di lui. “Ah, Silvestro. Cerchi pure tu un costume?” Il tono ironico con cui aveva pronunciato la frase ed in particolare l’accento messo sul suo nome – quel nome che anche lui odiava – lo fecero diventare più rosso dei suoi capelli, e mentre Tore cercava di imbastire una conversazione, lui balbettò qualcosa di incomprensibile, si girò e fuggì via. Corse senza capire dove andava finché svoltato un angolo si ritrovò nel labirinto, con indosso la veste da mago e nella tasca la bacchetta.

Il battito del cuore cominciò a rallentargli mentre malediceva le fate, che riuscivano a scoprire le emozioni più nascoste, e intanto percorreva i sentieri sconnessi. “Ah, ma se credono di fermarmi con questi trucchi!” pensò risoluto mentre svoltava un ennesimo angolo e piombava dritto tra le morbide braccia di una procace Venere che portava indosso solo una veste più che trasparente e che gli disse, trattenendolo sul suo generoso petto: “Dove vai, bel magrolino? Resta a farmi compagnia, qui non si vede mai nessuno”. Il profumo della donna e il calore del suo corpo avvolsero Silvestro che perse completamente il controllo, appoggiando con un sospiro la testa sulla spalla di lei, finché la bacchetta che teneva stretta in mano non si mise a vibrare. Allora si riscosse e con un veloce movimento di Gilda fece sparire la sua adescatrice. “Maledette! E insi – sistono!” grugnì tra sé poi alzando gli occhi al cielo urlò: “Non mi fermerete! Troverò Selene, a costo di mo – morirci qua dentro!”.

In risposta al suo grido gli arrivò da lontano una voce di donna “Sono qua!” “Selene!” pensò lui e si mise a correre nella direzione del suono gridando: “Continua a parlare, Selene!” Ma ecco che le voci si moltiplicarono e da tutti gli angoli risuonò l’eco di quel “Sono qua!”. Il mago si fermò, rendendosi conto che correre a caso non lo avrebbe portato da nessuna parte, e si concentrò sulla formula che poteva aiutarlo. “Dissipa sonos redundantes… no … elimina sonum malum…no.. o ma insomma, Gilda è una bacchetta moderna! “– e agitandola in aria esclamò: “Cancella questa eco!”

L’eco sparì, e da un punto ben preciso di fronte a lui sentì arrivare ancora la voce di Selene: “Forza Silvestro! Sono vicina!”

Che grande fata doveva essere per sapere chi era lui senza averlo mai visto, pensò Silvestro che correva ora in una direzione precisa, scansando senza complimenti i piccolini delle fate che gli svolazzavano in faccia e saltando a piè pari sassi rotolanti, piante urticanti e quant’altro le fate facevano spuntare dal sentiero per bloccarlo. Quando arrivò da Selene, aveva la veste appiccicata alle magre gambe e rivoletti di sudore scendevano dai suoi ricci arancio, ma un sorriso sconfinato gli illuminava il viso.

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